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Palazzo Puccini

Una dimora di charme nel centro di Pistoia
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Palazzo Puccini

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Palazzo Puccini a Pistoia

Dimora Storica Palazzo Puccini, aperta all’ospitalità dall’anno 2010 e completamente rinnovata e negli arredi e nella gestione tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017, mette a disposizione dei propri ospiti 9 camere con bagno privato, un elegante salotto e una ampia e luminosa sala colazioni.
Ubicata al primo piano di quella che fu la casa natale del letterato e filantropo pistoiese Niccolò Puccini, si articola lungo l’intero primo piano del Palazzo ed è accessibile tanto dallo scalone d’onore – monumentale scala realizzata tra il 1781 ed il 1785 in occasione della ristrutturazione degli appartamenti privati di un ramo della famiglia Puccini – quanto a mezzo di un comodo ascensore.
La Dimora è articolata lungo due assi principali, uno quello che dalla reception – un tempo vano vocato al culto privato – si muove verso le camere che furono gli alloggi di Niccolò bambino e dei suoi fratelli, l’altro, quello più ricercato in termini di decoro pittorico, che si snoda invece lungo il corridoio che conduce agli spazi pubblici, ossia all’attuale salotto della lettura e alla sala colazioni, un tempo rispettivamente sala da pranzo e sala dei quadri, ambienti di rappresentanza dove la famiglia di Niccolò Puccini riceveva i propri ospiti e faceva mostra, attraverso le raffinate decorazioni delle pareti quanto delle volte, della propria agiatezza e della propria cultura e sensibilità artistica.
Agli ospiti che scelgono di soggiornare presso la Dimora Storica Puccini è offerto un servizio di pernottamento e prima colazione.
Le 9 camere a loro disposizione (dalla singola alla camera quadripla o comunque famigliare) si presentano tutte fortemente personalizzate, nessuna uguale all’altra, sia quelle affrescate che non affrescate, vantano ricercati arredi d’epoca e dettagli di decor che mirano a ricreare quel calore famigliare che un tempo caratterizzava l’intera dimora e che purtroppo, per lungo tempo, si era smarrito a causa della disordinata frammentazione subita nei secoli dall’edificio che, fino al finire del secolo scorso, era stato suddiviso in più abitazioni.
Al fascino del tempo la Dimora Puccini affianca oggi servizi di alta ospitalità: colazione con prodotti freschi preparata ogni mattina, dolci sfornati giornalmente, marmellate biologiche e frutta, cereali, biscotti e toast salati; coffee station in tutte le stanze superior; connessione wifi ad alta velocità; TV a schermo piatto in ogni camera; aria condizionata e parcheggio privato nelle immediate vicinanze.

La storia di Palazzo Puccini

Palazzo Puccini deve il suo nome alla omonima famiglia pistoiese la cui presenza sul territorio cittadino sembra risalire, come testimoniato da più ricerche d’archivio, agli inizi dl XV° secolo.
La formazione, così come il successivo ampliamento della residenza urbana dei Puccini, nota come il loro Palazzo di città, risulta in diretta relazione con l’ascesa sociale di tale famiglia che dal ceto “borghese”, fra Quattrocento e Seicento, passa a quello “patrizio”.
Un’ascesa lenta che subì una particolare accelerazione nel XVII° secolo, grazie alla figura di Nofri di Giuseppe (1588-1666), “dottore, medico e filosofo” al quale, tra i tanti meriti e le tante iniziative, viene ricondotta la definizione dello stemma Puccini.
Le grandi ricchezze accumulate con la professione medica furono da lui investite e per l’acquisto di possedimenti fondiari e per l’acquisto in Pistoia, nella cura di San Paolo, di alcune abitazioni – originario nucleo di quello che è oggi Palazzo Puccini – disposte lungo un articolato perimetro tra l’attuale via del Can Bianco, vicolo della Vignaccia, piazzetta Santo Stefano e vicolo Malconsiglio.
Nella sua idea, l’acquisizione della proprietà di una area urbana estesa entro un intero isolato – da poter opportunamente modificare secondo le esigenze di ampliamento del palazzo che doveva sorgere – avrebbe consentito di riunire la famiglia, di localizzarla con esattezza in un quadrante della città, di raggiungere uno status symbol e attuare, fra i membri della famiglia, la comunione dei beni.

Proprio l’accorpamento e la congiunzione di questi immobili, di cinque diverse unità edilizie, avrebbe consentito di formare, per interventi successivi condotti fra tardo Seicento e Settecento il “palazzo di città” dei Puccini, una residenza urbana di stile tradizionale alla maniera delle nobili famiglie fiorentine e pistoiesi, un palazzo con una storia ed una facciata d’imponenza rinascimentale che avrebbe accreditato il neo patrizio casato.
L’ampliamento e l’attenta manutenzione del palazzo proseguirono fin nella seconda metà del Settecento quando oltre alle stanze abitate dalla famiglia furono apportate migliorie agli ambienti di servizio quali cantine, stalle, granai e rimesse che si trovavano al piano terreno, adiacenti l’orto.

Da un inventario del 1772 il Palazzo risultava abitato al primo piano dai Puccini, i quali occupavano le tredici stanze ricavate nel corpo centrale, mentre il secondo piano del palazzo, cioè il sottotetto, e il piano rialzato sopra la stalla e la rimessa, era destinato alla servitù. Lo stesso palazzo risulta che fosse inoltre servito da buone cantine, annessi e vari locali di servizio.
Fu nel 1774 che l’immobile venne tripartito tra gli eredi Puccini, Giuseppe, Tommaso e Niccolò, di questi, Giuseppe fu colui che decise di rivedere in modo funzionale e armonico tutto l’edificio, affidando ad un architetto di notevole levatura il compito di riprogettare il Palazzo, di aumentarne gli spazi e riprendere, estendere e regolarizzare il prospetto rinascimentale della facciata.

Tra il 1781 e il 1783, in vista del matrimonio (aprile 1785) di Giuseppe Puccini con la ricca patrizia Maddalena Brunozzi avvenne l’accurata sistemazione del piano nobile e la costruzione dello scalone d’onore. A questi anni e a quelli subito successivi risalgono inoltre i decori pittorici delle varie stanze, tra cui quelli della volta della camera in angolo tra vicolo Malconsiglio e Via Can Bianco – la stessa dove in facciata insisteva lo stemma di famiglia con l’iscrizione che ricordava l’ampliamento dell’edificio terminata nel 1783 – dove il bel rosone policromo e quattro pendenti ornati con la figura di un aquilotto ad ali spiegate indicano che tale camera era stata destinata al primogenito Domenico.

Circa le due camere contigue, sempre in facciata, dalla lettura della decorazione delle volte si può dedurre che fossero destinate quasi con certezza una alle bambine Chiara, Laura ed Elisabetta (la balza di rigiro all’imposta della volta raffigura l’alternarsi di triglifi ed eleganti pianticelle con bacche su fondo rosa) e l’altra agli altri due eredi maschi, Antonio e Niccolò (in questo caso la balza di rigiro ed il centro della volta sono ornati da motivi a stampiglia
raffiguranti bamboline ed elefantini blu ed un volo di delicate farfalle.
Al 1797 risalgono invece le decorazioni del quartieri degli sposi e della sala attigua, detta sala dei quadri, entrambe vennero dotate di camino e impreziosite con eleganti e raffinate decorazioni di gusto classicheggiante opera del pittore Luigi Mecherini e del doratore Vangucci, al quale furono affidate le delicate bordure a palmetta che riquadrano i paesaggi che a mo’ di arazzi ornano le pareti. Mentre il soffitto della sala da pranzo riprende il motivo del paesaggio classico presente nelle lunette, quello delle nature morte e delle illusionistiche prospettive architettoniche, nella sala dei quadri – che per l’appunto doveva ospitare la collezione di famiglia – la decorazione interessò qualsi esclusivamente il soffitto, che a tutt’oggi presenta un imponente motivo a lacunari con un disegno di finte incorniciature a pietra a mo’ di cassettone. Per quanto concerne le pareti, invece, come confermano i saggi effettuati durante i restauri, fu scelto semplicemente di colorarle di crema con una sovrapposizione di fiori verdi a stampiglia che ricordavano i tessuti rinascimentali, un decoro di sobria gradevolezza che non doveva risultare di disturbo alla sovrapposizione e alla contemplazione delle preziose tele e pale della famiglia Puccini.

Sempre nel 1797 Luigi Mecherini decorò la camera da letto dei coniugi Puccini con motivi al tempo in gran voga, “all’etrusca”, uno stile che in parte si ricollegava alle nature morte con vasi antichi della sala da pranzo e che in parte, come nei sovrapporta, ibridava in maniera forse più originale linguaggi desunti non solo dall’Antico ma anche dal Rinascimento: velari leggeri che creavano l’illusione di sobri panneggi sia sulle pareti che sulla volta, figure rosse su fondo nero.
Con molta probabilità la scelta del Mecherini quale artista e del tipo di decorazione del Palazzo furono opera dei consigli che Giuseppe riceveva dal fratello Tommaso, esperto d’arte nonché direttore dal 1793 della Galelria degli Uffizi. Uomo colto e raffinato probabilmente il solo che avrebbe potuto far giungere nella decentrata Pistoia quel gusto e quella curiosità che lo stile etrusco andava alimentando all’indomani degli scavi di Ercolano e Pompei.
Era l’aprile del 1799 quando Pistoia fu teatro di un moto insurrezionale filo-francese, un cambio di regime, di ben breve durata, che Giuseppe Puccini accolse con favore e al quale probabilmente contribuì, scontandone da lì a poco le conseguenze. Incarcerato perché simpatizzante dei giacobini e poi liberato, Giuseppe continuò da quel momento a dedicarsi quasi esclusivamente agli affari di famiglia e alla cura delle relazioni. A testimonianza di ciò i lunghi carteggi col fratello Tommaso, scambi epistolari che non si interruppero neppure quando quest’ultimo scappò a Palermo con l’intento di mettere in salvo – trasportandole via mare da Livorno – un cospicuo numero di opere d’are che temeva potessero essere sequestrate dai francesi e quindi derubate alla Galleria.

Attraverso documenti che riportano il permesso concesso dalle autorità religiose di celebrare nel maggio del 1807, all’interno della “cappella” del “Palazzo di città” le nozze tra Laura Puccini, figlia di Giuseppe e Maddalena Brunozzi, con Francesco Rospigliosi, possiamo apprendere dell’esistenza, a quel tempo, di un ambiente dedicato al culto privato, ambiente che con certezza doveva essere ubicato al primo piano ma del quale ad oggi, purtroppo, non rimane nulla se non il racconto con riferimenti ai dipinti che ne adornavano le pareti, 2 figure di sante in ovale, una tela raffigurante il Redentore e una copia di una Madonna di Andrea del Sarto.
Il 1811 fu un anno di gradi lutti per la famiglia Puccini, a poca distanza l’uno dall’altro vennero a mancare lo zio Tommaso, Chiara e Antonio Puccini, lutti che incisero molto sulla personalità del giovane Niccolò e sulla sua già precaria salute.

Tra il 1818 e il 1823 sotto la direzione di Niccolò furono realizzati al secondo piano del Palazzo (oggi sede degli Istituti Raggruppati) gli appartamenti suoi e del fratello Domenico, oltre ad altri piccoli lavori di manutenzione e piccole migliorie.
Tra gli interventi più significativi eseguiti in quegli anni, sicuramente degne d’esser menzionate le decorazioni di Ferdinando Marini, fu lui l’autore dello studiolo di Niccolò e sua è la rappresentazione degli emblemi degli eroi dell’umanità: quattro grandi urne sepolcrali dedicate a Dante, Petrarca, Boccaccio e Machiavelli addossate illusionisticamente alle quattro pareti di un tempietto a pianta quadrangolare oltre le cui pareti si intravede una lussureggiante vegetazione. A copertura del tempietto un motivo a lacunari al centro del quale un raffinato decoro monocromo a mo’ di bassorilievo che raffigura l’Italia.

Affreschi e mobilio di stile neoclassico andarono così a rinnovare gli interni del Palazzo e nello specifico gli alloggi, ambienti che però, una volta ultimati, furono abitati per poco tempo.
Niccolò infatti, rientrato dal suo formativo viaggio in Europa condotto in quegli stessi anni, decise di lasciare il palazzo natio e di ritirarsi nella residenza di campagna.
Nel 1836 alla morte della madre Maddalena, Niccolò in breve tempo smobilitò il Palazzo: quadri, arredi, suppellettili e documenti furono inventariati e portati via.
Venuto da lì a poco a mancare anche l’ultimo fratello, Domenico, tra il 1836 ed il 1837 Niccolò, ormai unico erede del Palazzo di Via del Can Bianco, decide di suddividere la proprietà in